Seleziona una pagina
selci

I più antichi documenti che testimoniano una produzione ritmica e sonora ci è fornita dai manufatti che i nostri antenati producevano già  200.000  anni fa.  I bifacciali sono il risultato di un atto tecnico, forse il primo, consistente nel dare forma ad una selce con una successione di colpi dati con uno strumento percussore. La mano trasforma la selce in uno strumento seguendo una sequenza ordinata di movimenti. Alla ripetizione ritmica del gesto corrisponde una successione regolare di suoni.

Il primo strumento di cui l’uomo preistorico ha potuto disporre è stato il proprio corpo. Dal corpo egli ha tratto, nell’ininterrotto susseguirsi dei millenni, le risorse fisiche, ma anche intellettuali e morali per sostenere la propria comunità e sviluppare salde forme di controllo sulla natura. Ciò è stato possibile attraverso il graduale sviluppo di una tecnologia che, partendo dalla casuale scheggiatura della prima pietra, attraverso il dominio del fuoco, la scoperta dell’arco e della tessitura, la domesticazione degli animali, l’agricoltura, l’invenzione della ceramica, della ruota, la fusione dei metalli, è pervenuta, alle soglie dell’età moderna, ad elaborare le più sofisticate tecnologie e tecniche di produzione.  Non è stato facile per gli studiosi documentare questo percorso a ritroso fino agli albori della storia dell’uomo, indietro nel tempo anche centinaia di migliaia di anni facendo uso di una metodologia scarna che non sempre permette di mostrare, al di là delle caute parole degli archeologi, la quotidiana lotta dell’uomo per la sopravvivenza.   “Ci hanno mostrato asce di selce tagliata, asce di selce levigata, infine asce di bronzo – dice Marcel Jousse – e quando sfogliamo queste tavole, queste pagine, abbiamo l’impressione, io almeno l’ho avuta una volta, che questo uomo “faber” non sia stato che una specie di scheletro che ha fabbricato attrezzi morti. Non ci è mai stata mostrata la lotta dell’uomo con se stesso e in qual modo abbia ricavato il suo primo attrezzo dal proprio corpo” (M. Jousse, Antropologia del gesto, 1979).

I quattro più antichi strumenti, non naturali, come la pietra,        ma ritoccati manualmente per produrre suoni: il fischietto,             il rombo,   il raschietto, il flauto.

Tutte le discipline che si propongono di descrivere le condizioni dell’uomo all’alba dell’umanità, devono in effetti tenere conto dell’enorme distanza, nel tempo, nello spazio, ma soprattutto dello scarto cognitivo nel modo di concepire la vita, la natura, la società, il culto, che ci separa dai nostri antenati preistorici e ci ostacola  nel conseguire un approccio più esaustivo e soddisfacente. Questa distanza ha talvolta prodotto dei guasti, ha interrotto valide linee di comprensione, ha male inteso alcuni messaggi rendendo talvolta impossibile la ricostruzione del passato. Un esempio illuminate è l’idea  negativa dei primi antropologi che descrivevano l’uomo preistorico come  “humunculi nei quali a stento  potrai riscontrare qualche traccia di umanità” ( Juan Ginés de Sepúlveda, ± 1545). Lo stesso può dirsi dei popoli cosiddetti “primitivi” fino alla prima metà del ‘900.  In realtà – ci ricorda André Leroy Gourhan, uno dei più grandi studiosi di etnologia preistorica del ‘900 – “L’uomo preistorico non ci ha lasciato che messaggi frammentari. Può darsi che, al culmine di un lungo rituale, abbia deposto al suolo una pietra qualunque e su questa abbia fatto l’offerta di un fegato di bisonte arrostito sopra un piatto di corteccia dipinta con l’ocra. I gesti, le parole, il fegato, il piatto, sono scomparsi; quanto alla pietra, solo un miracolo ci permetterebbe di distinguerla dalle altre sparse tutto intorno“.

Visualizza carrello
Exit mobile version