31. Il gesto dell’adorante

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Grotta di Altamira (Spagna, 18000- 13000 a.C.). Figure antropomorfe ibride ritratte di profilo con le braccia sollevate nella posa dell’adorante.

L’uomo dalle braccia alzate nell’atteggiamento dell’adorante è il tema figurativo più diffuso in ogni parte del mondo e in ogni tempo. I documenti più antichi sono gli antropomorfi ibridi del Paleolitico superiore (16000-14000 a.C.), poi gli adoranti che presiedono il girotondo magico intorno ai due personaggi “incaprettati” della grot­ta Addaura (Palermo, epigravettiano, ca. 9000 a.C.), fino al gesto che il sacerdote ancora oggi compie nel corso della Messa. Adoranti di profilo ricorrono nelle rappresenta­zioni attribuite alle fiorenti culture mesolitiche del Nordafrica, a partire dalla Cultura delle  Teste  Rotonde  (VII°  mill.   a. C.)  e sono presenti ininterrottamente fino all’Islam. (Huard).

Addaura restituzione
Addaura, Monte Pellegrino (Epigravettiano finale, 9000 a.C., da Anati).  Ricostruzione della più antica rappresentazione in cui l’uomo appare come protagonista di una vera e propria “scena rituale”. Alcuni personaggi che indossano maschere a becco di uccello circondano uno spazio centrale in cui sono posti due esseri umani mascherati e dotati di astuccio penico (una sorta di contenitore, in uso  presso molti popoli primitivi,  in cui viene inserito, celandolo così alla vista, il membro virile). I personaggi sono stesi per terra uno sopra l’altro, rivolti verso due direzioni opposte e con la schiena  inarcata da un laccio teso tra il loro collo e le gambe.  Per alcuni studiosi due personaggi centrali sono acrobati che eseguono le loro evoluzioni religiose di fronte ad un pubblico; per altri la scena fa parte di un rituale che prevede il sacrificio di due esseri umani la cui morte giungerà per il soffocamento (incaprettamento).
sefar adoranti
Sefar (deserto del Tassili, Nord Africa, periodo delle Teste Rotonde,  7° millennio a.C., da Demisch). Complessa scena di adorazione compiuta da personaggi femminili che compiono il gesto dell’adorante (a sinistra) in direzione di un grande personaggio maschile (oltre 3 metri di altezza). Secondo Henri Lhote la scena è in relazione ad un culto di fertilità, dato che la figurina femminile  sulla destra sembra prossima al parto. E’ possibile anche che si tratti di una scena di inziazione da porre in relazione con l’antilope, che nel simbolismo delle culture africane è collegata al mondo femminile.

 L’antropomorfo ritratto in varie pose gestuali è presente anche nell’arte plastica, come testimoniano le ceramiche neolitiche di Starcevo, della fase A di Vinca, di Samarra, di Tell Halaf, della cultura danubiana di Koros Kriss ecc. (Antoniewicz). L’ampio raggio di diffusione e l’uniformità stilistica manifestata da questo tema figurativo  è un indizio che rivela i tratti culturali comuni nell’Europa neolitica.  Una delle ipotesi più fondate è quella secondo la quale la figura dell’adorante sia da porsi in relazione con pratiche cultuali connesse ad una concezione cosmologica. Il gesto infatti mostra un non casuale orientamento verso il cielo. Capita spesso che nel repertorio delle incisioni rupestri della Valle Camonica la figura dell’adorante sia in diretta relazione con figure geometriche di certo valore cosmologico. Sulla roccia n. 1 di Foppe di Nadro, per esempio, accanto all’adorante è stato inciso un segno circolare con coppella centrale (fino a ieri interpretato come simbolo solare) che, in base a recenti ricerche condotte dal sottoscritto, è ora possibile interpretare come una rappresentazione schematica del Cosmo inteso come un cerchio costruito sul suo centro.

 

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Nell’adorante il movimento è assente; non così lo sforzo, la tensione consumata nella più perfetta staticità. Il corpo è avvertito come peso. Dal punto di vista figurativo il gesto dell’adorante esprime una di­sposizione d’animo, una ricerca della sintonia con le direzioni dello spazio. “Assumendo questa posizione – dice Arturo Schwarz – l’individuo si identifica con l’axis mundi, i suoi piedi toccano la terra, le sue braccia sono alzate al cielo, egli si trasforma in un mediatore delle loro contrappo­sizioni. Anche lo sciamano, una volta raggiunta la cima del palo sacrificale alza le braccia e grida:” Ho raggiunto il cielo, sono immortale” (Eliade). Presso quasi tutte le tradizioni arcaiche questa posa gestuale è comunemente inte­sa come la realizzazione del desiderio di immortalità.

Autore: Gaudenzio Ragazzi

(English). My name is Gaudenzio Ragazzi, a long time ago I graduated in Philosophy with a master in History of Theater. To realize my thesis on the "origins of dance", a theme that still today boasts only two or three specialized researchers in the world, I became a scholar of Prehistoric Iconography. In the last thirty years I have not been able to escape the responsibilities of life. So, after the death of my father, I led the family artisan company that produces tailored shirts. A few years ago I decided that it was time to resume my studies and complete the research I had started as a young man (that nobody else had yet completed). Good luck Gaudenzio! Mi chiamo Gaudenzio Ragazzi, molto tempo fa ho conseguito la laurea in Filosofia con specializzazione in Storia del Teatro. Sono diventato uno studioso di Iconografia Preistorica per realizzare la mia tesi di laurea sulle "origini della danza", argomento che ancora oggi vanta nel mondo solo due o tre studiosi di una certa levatura. Negli ultimi trent'anni non ho potuto sottrarmi alle responsabilità della vita. Così, dopo la morte di mio padre, ho guidato l'azienda artigiana di famiglia che produce camicie su misura. Alcuni anni fa ho deciso che era arrivato il momento di riprendere i miei studi e di fare da vecchio quello che non ho potuto fare da giovane (e che nessun altro nel frattempo aveva completato). Buon lavoro Gaudenzio !

2 pensieri riguardo “31. Il gesto dell’adorante”

  1. Riguardo al «desiderio di immortalità» nutro diversi dubbi. Mi sembra che si retrodati una concezione venuta più tardi, con la concezione di una “divinità” e soprattuto che questa divinità provenga da un altrove, un altrove che poteva includere anche il luogo dove gli uomini vanno quando muoiono. In altre parole, collegherei la riflessione e la paura della morte (e il desiderio di immortalità, che ne è la conseguente controparte) a quando in parallelo si pensa a una trascendenza. Penso all’uomo primitivo in costante e diretto dialogo con la natura, traendo da essa tutta la propria filosofia e identità. Rispetto a questo nucleo, l’idea stessa di trascendenza, di dèi, di un al di là, mi pare proprio una concezione (o rivelazione) che mal si adatti alla “mentalità primitiva” (o a come noi la pensiamo). Per il culto dei morti dovremo forse pensare a strade diverse di interpretazione, più umane (il luogo di sepoltura che àncora il ricordo), forse un tabù verso la decomposizione, a una reificazione della “scomparsa”.

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