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Agli studiosi di Iconografia Preistorica non può sfuggire il fatto che, nonostante le innumerevoli classificazioni a cui è stata sottoposta, la figura antropomorfa continui a sottrarsi ad un valido inquadramento interpretativo. La presenza dell’antropomorfo nel repertorio dell’Iconografia Preistorica non può essere analizzata solo sulla base della logica stando alla quale l’immagine è ridotta a semplice duplicato della realtà, riproduzione eseguita con tecniche particolari su svariati tipi di supporto. Dato il non facile compito di attribuire un valore alle immagini prodotte dalle società preletterarie, proprio lo studio della figura antropomorfa può condurre al superamento dell’ormai sistematica vaghezza nell’interpretazione dei documenti figurativi. Infatti, a prescindere dall’inquadramento nel suo orizzonte culturale e dal suo inserimento all’interno di una tipologia, l’antropomorfo sfugge ad una lettura prettamente funzionalistica, suggerendo al ricercatore un significato ulteriore, senza che al momento si possa intravvedere una valida possibilità di verifica. La civiltà occidentale attribuisce alla corporeità un valore negativo, agli antipodi rispetto alla concezione del corpo documentata presso le civiltà arcaiche.  Infatti, se nella tradizione occidentale la comunicazione avviene in prevalenza mediante atti di parola, in quella arcaica il corpo è il centro di irradiazione simbolica, al punto che in alcuni casi lo stesso elemento spirituale può agire solo nella misura in cui dispone di uno strumento gestuale (Fano 73). E’ stato Marcel Mauss a sottolineare come in un contesto culturale arcaico “atto tecnico, atto fisico, atto magico religioso sono confusi per l’agente“, asserendo che ogni gesto, ogni comportamento umano innesca un processo di interazione sacrale con l’intero Universo.

Secondo questa ipotesi nella concezione arcaica ogni gesto corrisponde ad una modalità di interazione cosmologica. Anche per Marcel Jousse ” l’uomo pensa con tutto il suo corpo” ed il cosmo è concepito come una concatenazione di interazioni all’interno delle quali il corpo umano funge da “risuonatore vivente”. Se nella concezione arcaica la formazione psicologica del discorso è in stretta relazione con la modalità di esprimersi a gesti, nella tradizione occidentale esiste una corrispondenza tra le categorie di pensiero, fondamento della logica aristotelica, e le parti del discorso.  In altre parole la tradizione occidentale risulta legata al modello fonetico, al mondo della parola, al punto che l’uomo non sarebbe in grado di esprimere un ragionamento senza scandire verbalmente un discorso interiore. Questo fatto è facilmente dimostrabile: se noi pronunciamo mentalmente la parola “trallalallà”, scopriamo che, pur non emettendo un suono, muoviamo i muscoli della lingua.

L’abbandono dell’idea di un corpo inteso come centro di irradiazione simbolica avviene a partire dalla speculazione platonico-aristotelica, con l’avvento della filosofia dualistica. “Fino a che noi possediamo un corpo e la nostra anima resta invischiata in un male siffatto – dice Platone –  noi non raggiungeremo mai in modo adeguato ciò che ardentemente noi desideriamo, vale a dire la verità” (fedone, 66b-67a). E’ a partire da Platone che il corpo viene concepito come un ostacolo, un carcere all’interno del quale l’anima sconta la propria pena, con lo scopo di raggiungere la purificazione. Questo dualismo tra corpo e spirito non è presente nella concezione omerica, per la quale la distinzione tra “psiche” e “soma”  è da ancora da intendersi nell’ambito della corporeità, dato che la stessa “psiche”, l’entità che per Omero corrisponde all’anima, gode di così scarsa indipendenza dall’elemento corporeo che anche nell’Ade deve bere il sangue per riacquistare memoria degli eventi terreni. Presso culture protostoriche come quella vedica e indoeuropea, scandinava, babilonese, cinese, l’idea di corpo è alla base di alcuni tra i più antichi miti cosmologici. Questi miti raccontano come lo smembramento del corpo dell’uomo primordiale (Macrantropo) determini la nascita dell’Universo. Al contrario, nella religione ebraico-cristiana, Dio crea l’Universo con un atto di parola: “E Dio disse: “Sia la luce”. E la luce fu (Gen. 1,3).

Pianta del tempio Indù  (Vastupurushamandala). Come anche nella nella religione giudaico cristiana, il tempio Indù è l’immagine del Cosmo, la cui nascita è giunta in seguito allo smembramento dell’uomo cosmico (Macrantropo) La pianta del tempio è divisa in riquadri, porzioni di territorio accupate da spiriti e divinità.

La predominanza del corpo è evidente anche se si analizza la funzione del gesto nelle più antiche forme di scrittura ideografica. Il filologo Tchang Tcheng Ming ha mostrato come le più arcaiche fasi di sviluppo della scrittura cinese derivano dal linguaggio dei gesti  e molti dei segni in essa utilizzati non rappresentano direttamente oggetti naturali, ma sono riproduzioni schematiche dei gesti descrittivi corrispondenti. Nella scrittura cinese la figura dell’adorante, ampiamente diffusa nell’iconografia preistorica europea come in quella “primitiva” contemporanea, è la trascrizione della parola albero, mentre l’antropomorfo è rappresentato nella posa utilizzata nella mimica convenzionale per designare l’oggetto “albero”. Anche la scrittura egizia non era interamente fonetica ed a taluni segni venivano affiancate figurine antropomorfe o parti del corpo umano poichè la polivalenza segnica dei geroglifici li avrebbe resi incomprensibili  se il loro significato non fosse stato fissato mediante l’apposizione di segni gestuali determinativi.

L’analisi dei gesti contenuti nelle antiche scritture, quali quella minoica, fenicia, etrusca, mai affrontata sistematicamente, consentirebbe di aggiungere ulteriori pagine alla protostoria del gesto. I gesti significativi dell’uomo, selezionati rigorosamente ed impressi ad arte su di un supporto, dovevano contenere tutta la forza necessaria per veicolare quei significati simbolici che la società arcaica attribuiva alla corporeità. La ridotta variabilità delle pose gestuali sintetizzate e riprodotte, induce ad ipotizzare anche una società protostorica europea fortemente impegnata nel dominio dei popoli attraverso il controllo delle tecniche del corpo.

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