Danza delle Origini, il libro. Alcune conclusioni

Secondo lo psicologo francese Paul Fraisse, la percezione del ritmo “non deriverebbe da qualche esperienza della natura, bensì dall’organizzazione del movimento umano” (Fraisse, 1979, pag. 9). Se partiamo da questa premessa, possiamo ricavare una nozione “anatomicamente moderna” di corpo a partire dai resti dei tre esseri umani che Richard Leakey rinvenne nel 1967 nella valle dell’Omo (Etiopia), nei livelli archeologici oggi datati a circa 190.000 anni fa (Kurtén, 1997, p. 115). Questo è il punto oltre il quale, al momento, non è possibile concepire un essere umano in grado di eseguire una danza con gli stessi strumenti corporei e mentali dell’uomo contemporaneo. Prima di disporre di flauti, tamburi, archi musicali e cetre, prima ancora di fissare dentro un’immagine le sue performances religiose, con il solo ausilio delle basi ritmiche specie-specifiche (il battito cardiaco, la voce, le mani, i piedi, un sasso battuto su un tronco), l’uomo di Leakey ha certamente danzato. Il viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca delle prove che ci permettono di accedere ad una più chiara definizione della danza delle origini, è dunque ancora all’inizio.Come abbiamo avuto modo di vedere, uno dei maggiori ostacoli consiste nei limiti imposti dalla Scienza moderna allo sviluppo del processo cognitivo, in base ai quali, anche nell’ambito delle discipline umanistiche, l’oggetto della ricerca viene indagato solo dopo la sua frammentazione negli elementi costitutivi o nei parametri essenziali.

La Scienza Medica, ad esempio, non analizza il corpo umano nel suo intero, ma   come   aggregato   di   una miriade di processi biologici, chimici e meccanici, ai cui indicatori è affidato il compito di determinare l’andamento generale della salute e le modalità di cura.

La prima grande separazione, che ha lasciato segni indelebili nella storia della cultura occidentale, ben narrata dalla testimonianza di Maurice Leenhardt (vedi cap. 2.2), è stata quella del dualismo corpo-anima.

Per i filosofi presocratici, poi da Platone e Aristotele fino a San Tommaso, l’anima è immortale mentre il corpo non è altro che il suo provvisorio supporto materiale; per Cartesio, uno dei padri della Scienza moderna, l’anima, ridotta a ragione e sottratta ad ogni implicazione materiale, resta in comunicazione con il corpo solo attraverso la ghiandola pineale, mentre il corpo è retrocesso a macchina, somma di  estensione e movimento.

Il modello occidentale della ricerca scientifica è prevalentemente riduzionista, punta cioè a scomporre ogni fenomeno o processo, giustificando il funzionamento dell’intero come mera somma delle sue parti. Questo modello di pensiero si pone in antitesi con la prospettiva sintetico-unitiva che caratterizza il mondo arcaico, a cui possiamo attribuire una visione sistemica (olismo).

In questa prospettiva, per la comprensione del pensiero arcaico la nozione occidentale di corpo è un ostacolo che non può evidentemente essere rimosso, ma che in qualche modo deve essere bypassato.  

Nonostante la loro diversità, Riduzionismo e Olismo non devono tuttavia autoescludersi ma, al contrario, essere considerati come poli complementari da integrare. Infatti, nell’ambito di ricerca dell’Arte Preistorica, il principale contributo della Scienza consiste nelle tecniche di rilevamento e di catalogazione delle superfici incise o dipinte.

Con questo procedimento tutte le figure che fanno parte di un pannello istoriato vengono, si, isolate dal contesto, numerate, descritte, inserite all’interno di una sequenza di sovrapposizioni e trasferite su una base cartacea. In questo modo l’oggetto della ricerca acquisisce una migliore definizione visiva, più adatta per lo studio e la divulgazione, anche se in parte viene smarrito il senso originario della relazione dell’immagine con lo spazio sacro, il supporto materiale che la ospita (una roccia, le pareti di una caverna).  

Detto questo, dobbiamo comunque tenere conto della distanza cognitiva tra uomo moderno e uomo arcaico. Ciò che per l’uomo moderno è nettamente separato e distinto, per l’uomo arcaico risulta invece un insieme perfettamente unito e indistinguibile.

Nel passaggio dalla logica meccanicistica a quella olistica o sistemica,

avviene una inversione nella relazione tra le parti e il tutto, nella quale le proprietà delle singole parti non vengono più considerate come proprietà intrinseche, ma risultano comprensibili solo nel contesto di un insieme più ampio. Per dirla in termini aristotelici, il tutto risulta essere maggiore della somma delle sue parti.

Ne consegue la necessità di superare, almeno in parte, il pensiero logico-analitico della Scienza moderna e di elaborare strumenti in grado di avvicinare il repertorio iconografico della Preistoria, come altri ambiti di ricerca delle Scienze Umane, partendo da un approccio sistemico come quello proposto da F. Capra e P. L. Luisi (Capra e Luisi, 2014).

Ad offrirci un involontario spunto per la progettazione di questo nuovo programma di ricerca è l’antropologo inglese James Frazier, il quale, nel suo Golden Bough, introduce un concetto molto interessante. Analizzando i criteri su cui è fondato il pensiero magico, cioè le leggi  di similarità (il simile produce il simile) e di contatto (le cose che sono state una volta a contatto, continuano ad agire l’una sull’altra, a distanza, dopo che il contatto fisico è cessato), Frazer afferma che:Gli stessi principi che il mago applica alla sua arte, sono da lui implicitamente considerati come regolatori degli eventi della natura inanimata…  Inoltre,le due leggi  affermano che le cose agiscono l’una su l’altra a distanza per mezzo d’una segreta simpatia, mentre l’impulso è trasmesso da l’una all’altra per mezzo di quel che possiamo concepire come una specie di etere invisibile, in modo non troppo diverso da ciò che è postulato dalla scienza moderna per uno scopo del tutto simile, cioè per spiegare come mai le cose possano influenzarsi fisicamente attraverso uno spazio che appare vuoto” (Frazer, 1973, pp. 23-25).

In altre parole Frazer afferma che nei princìpi che presiedono all’atto magico è presente la stessa visione del mondo che in quegli anni stava emergendo dagli studi sulla Meccanica Quantistica in corso da un gruppo di scienziati (Heisenberg, Bohr, Pauli, ecc.).  

Secondo Fritjof Capra “le due teorie fondamentali del ventesimo secolo – la meccanica quantistica e la teoria della relatività – ci obbligano a considerare il mondo in un modo molto simile a quello degli Indù, dei Buddhisti e dei Taoisti … la fisica moderna ci porta ad una concezione del mondo simile a quella dei mistici di tutti i tempi e di tutte le tradizioni” (Capra 1982, p. 19).

Anche il fisico tedesco W. K. Heisenberg, uno dei principali artefici della Teoria dei Quanti, rileva “l’esistenza di un certo rapporto fra le idee filosofiche presenti nella tradizione dell’estremo oriente e la sostanza filosofica della teoria dei quanti” (Capra, ibid. p.19). 

Rimane da stabilire se è possibile analizzare la concezione del mondo dell’uomo preistorico alla luce del modello sistemico. Ciò può avvenire, oltre che dall’indagine archeologica – soprattutto in relazione ai culti funerari – anche dallo studio dei documenti iconografici, tra i quali il tema più legato all’annullamento del sé ed al principio di risonanza, è proprio quello della danza.  

La segreta simpatia che determina il contatto a distanza tra tutte le cose, di cui parla Frazer, è la stessa che Emilio Del Giudice descrive quando parla dei corpi fisici sottoposti alle leggi della Meccanica Quantistica, i quali “si mettono a interagire attraverso la fase, ovvero il ritmo all’unisono, che li porta ad oscillare sincronicamente grazie alla mediazione del campo elettromagnetico che tocca entrambi. Questo tipo di interazione – continua Del Giudice – non implica uno scambio di energia o impulso, e produce un mutuo “sentirsi” dei corpi interagenti i quali, senza spese energetiche, si muovono in fase, cioè a ritmo.  Le molecole danzano in fase nel campo elettromagnetico che le tiene insieme” (Del Giudice, 2017).

Secondo il pensiero quantistico, tutti gli oggetti fisici sono connessi l’un l’altro e spontaneamente fluttuanti, anche in assenza di una fonte di energia esterna. Ciò spiega la mancanza di un principio di causalità nelle culture primitive e, presumibilmente, in quelle preistoriche.

Gli oggetti fisici entrano in risonanza in quanto condividono la stessa carica elettrica, sono partecipi della stessa fase, ovvero di un ritmo percepito all’unisono, che li porta ad oscillare sincronicamente grazie alla mediazione del campo elettromagnetico di cui fanno parte. Come una barca ondeggia sospinta dalle onde del mare producendo coerenza, quella stessa coerenza lega il mare alle barche.

L’effetto di risonanza, così forte nelle manifestazioni musicali e coreutiche, è il fondamento di un altro sorprendente fenomeno quantistico, noto come entanglement (ovvero intreccio). In sintesi, l’entanglement si fonda sull’assunto che due particelle, A e B, che siano state in risonanza nel medesimo campo elettromagnetico, possano interagire anche quando sono a distanza sia nello spazio che nel tempo, in modo che, sopravvenuta una modifica nella particella A, istantaneamente si riscontra lo stesso effetto misurabile sullo stato della particella B. Un meccanismo molto simile si riscontra nei rituali collettivi delle culture primitive in cui la comunità entra in contatto con gli spiriti degli antenati.

Altre nozioni, come quella di coerenza, di campo e di fase, meritano l’attenzione degli studiosi delle culture arcaiche, in particolare della danza. I principi della Meccanica Quantistica si prestano – in quali termini è ancora tutto da vedere – non solo all’indagine sul pensiero dell’uomo arcaico, ma in un modo più specifico nell’analisi della funzione del gesto e della danza nelle culture preistoriche. Quello che all’inizio della ricerca appariva un ambìto punto di arrivo, al suo termine si rivela un importante punto di partenza per ulteriori e affascinanti approfondimenti.

Autore: Gaudenzio Ragazzi

(English). My name is Gaudenzio Ragazzi, a long time ago I graduated in Philosophy with a master in History of Theater. To realize my thesis on the "origins of dance", a theme that still today boasts only two or three specialized researchers in the world, I became a scholar of Prehistoric Iconography. In the last thirty years I have not been able to escape the responsibilities of life. So, after the death of my father, I led the family artisan company that produces tailored shirts. A few years ago I decided that it was time to resume my studies and complete the research I had started as a young man (that nobody else had yet completed). Good luck Gaudenzio! Mi chiamo Gaudenzio Ragazzi, molto tempo fa ho conseguito la laurea in Filosofia con specializzazione in Storia del Teatro. Sono diventato uno studioso di Iconografia Preistorica per realizzare la mia tesi di laurea sulle "origini della danza", argomento che ancora oggi vanta nel mondo solo due o tre studiosi di una certa levatura. Negli ultimi trent'anni non ho potuto sottrarmi alle responsabilità della vita. Così, dopo la morte di mio padre, ho guidato l'azienda artigiana di famiglia che produce camicie su misura. Alcuni anni fa ho deciso che era arrivato il momento di riprendere i miei studi e di fare da vecchio quello che non ho potuto fare da giovane (e che nessun altro nel frattempo aveva completato). Buon lavoro Gaudenzio !

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